Mi sono meravigliato del successo ottenuto dall’articolo riguardante le teorie di J.W.Dunne (relative al libro J.W.Dunne Sunshine and Dry Fly, Londra 1924, Adam & Charls Black Ltd cap XI pagg 94 98) pubblicato nel numero di marzo aprile 2011 di fly Line. Ho ricevuto una quantità incredibile di complimenti. Mi piace ribadire con un grazie di cuore a tutti gli estimatori dell’articolo. Mi attrarrebbe poter approfondire ulteriormente l’argomento,  e spero di essere in grado di poterlo fare ed ottenere un buon risultato. La base di partenza riguarda sempre la teoria di J.W.Dunne, e per chi si è perso quell’articolo, provo a sintetizzarlo di nuovo con un riassunto: <  il fallimento di menti “sottosviluppate” nell’osservare differenze che sono evidenti  a quelle  “meglio sviluppate”  : attraverso la vita , noi siamo capaci di notare il generale, i punti di somiglianza, prima dello speciale e le diversità e viceversa le menti sottosviluppate considereranno prioritari i punti di somiglianza.

Anche Raffaele De Rosa trattò questo argomento e ne fece riferimento su: <Pescare con la mosca> (1987 ) Editoriale Olimpia,. Scrisse delle osservazioni di Skues riguardo al comportamento della trota. Scrivo sollecitando la mia memoria, non ho più questo libro nella mia biblioteca , qualche “amico” me lo ha chiesto in prestito e non me lo ha restituito, ma a larghe linee credo di aver afferrato i concetti che fa riferimento, e di poterli mettere in evidenza. A quei tempi, non essendo io, ancora oggi non lo sono, un appassionato di lancio e di costruzione, aspettavo con ansia ogni scritto di De Rosa. Le sue pubblicazioni uscivano più che altro su pescare, negl’anni ottanta. Visto le mie attitudini, ed ancora oggi non ho cambiato opinione, l’ho ritenuto uno dei pochi che ha scritto di pesca a mosca. I suoi scritti, con le intuizioni e le conoscenze che ci ha trasmesso ci hanno insegnato come sfruttare l’esperienze fatte durante le uscite di pesca e vedere le cose con delle basi da dove poter iniziare un proprio percorso. Devo molto a questo autore.

Skues riteneva che la trota fosse ossessionata dall’appetito, e finisce nel vedere soltanto quei particolari che le ricordano l’insetto, lasciando da parte o ritenere irrilevanti tutte le altre caratteristiche della mosca, compreso ovviamente: l’amo. Silouette, colore o taglia del corpo oppure il movimento di questo in acqua sono le indicazioni predominanti. Come si può vedere questo concetto ricorda molto da vicino la riflessione di Dunne, in parole differenti esprime lo stesso pensiero. Sono questi gli elementi molto importanti che fanno decidere il pesce a salire o meno sulla mosca. Un verbo che utilizzò De Rosa per descrivere un artificiale e mi rimase molto impresso fu: caricaturizzare. Lo utilizzò per descrivere l’efficacia di certi artificiali impressionistici, che evidenziano, accentuando molto, un aspetto caratteristico dell’insetto imitato. In fondo lo sono  più o meno tutte le imitazioni da pesca, no?  Comunque questo verbo in un certo senso mi ha “ossessionato” e continua a farlo pure oggi. Sono sempre alla ricerca di nuove soluzioni in questa direzione. In se racchiude un po’ l’essenza di quello che intendo nel mio modo di vedere la costruzione degl’artificiali da pesca. E’ stato utile per stimolarmi e pensare in una razionalità differente alla scatola degl’artificiali, in funzione del tipo di pesca che metterò in pratica. Un pescatore a mosca riesce a diventare di  livello se riesce a dare una continuità alle catture di taglia e risolvere il maggior numero di situazioni. Il limite della misura dei pesci con la mosca secca è un problema che affligge tutti i pescatori a mosca. Sono rare le situazioni dove le trote extralarge  salgono sull’effimerina, e se non fosse perchè spesso si pesca nei tratti a regolamento specifico, sarebbero addirittura rarissime le trote “guadinate” sopra i quaranta, cinquanta centimetri, almeno sui nostri fiumi. Mi è capitato non di rado di ovviare a questo problema esasperando la taglia ed il colore degl’artificiali. (Sviluppo delle teorie di Dunne  e Skues). Naturalmente non durante il periodo della schiusa, almeno in questo caso. Nelle mie scatole ho delle imitazioni di tricotteri e di terrestrial  di taglia esagerata, adatte all’uopo. Dove è consentito e non c’è il limite della misura dell’amo  (vedi TWT) non è raro che funzionino bene. Le giornate tipo sono quelle con tanta luce, ovviamente con poca attività insettivora, pesci che stazionano sul fondo, apparentemente apatici, interessati al “niente”. Un bel tricottero sull’amo del quattro o una Chernobyl  very-extralarge può fare la differenza.

Una giornata assolata di luglio, siamo nel pomeriggio. Sono a Borgo Cerreto sul Nera. Situazione come appena descritta sopra. Le solite mosche fanno ”cilecca”, sono una trentina di anni che pesco a mosca sul Nera, e gli artificiali tradizionali buoni  per queste acque non mi fanno difetto, anzi. Intravvedo dei pesci abbastanza grandi sul fondo, qui non è una rarità scorgerli in ogni ora della giornata. Decido di provare a stimolarli con qualcosa di veramente grande, visto che le “solite” mosche neppure le guardano. Non mostrano il minimo interesse verso di loro.  La scelta  cade su una Chernobyl arancio costruita sull’amo del due. Ho un tip del diciotto, molto lungo, forse un metro e mezzo. Provo un lancio fuori posto per vedere se sono in grado di lanciare con precisione l’artificiale, così “ingombrante”, dove voglio. Sappiamo tutti che il motto in Nera:    quando con la tua mosca  sei attaccato all’altra riva sul filo della corrente, durante la “passata”,  non è ancora abbastanza; devi arrivare a farla lavorare ancora più sotto la sponda. Allora in quel momento forse stai pescando da Nera.  Il lancio di prova, non da pesca, lo indirizzo diversi metri dietro il primo pesce interessante che vedo, ho l’impressione che riesca a lanciare dove voglio, non incide sul lancio il finale così lungo, lo lascio così. Non ho tempo di pensare  questo che vedo la trota,  posizionata più a valle, fa almeno cinque metri a favore di corrente per inseguire e mettersi in bocca “quell’affare” arancio che avevo lanciato fuori  via per provare il lancio.  Spiaggiata.  Misura almeno cinquanta centimetri. La libero, è una femmina. Il lancio successivo lo indirizzo in mezzo alla corrente ed ecco che la sorella, credo maggiore, sale sulla Chernobyl arancio e l’aggancio;  dopo un po’ di lotta con coda sfilata dal mulinello, inspiegabilmente mi si slama. Lo sappiamo tutti che sono sempre i migliori che se ne vanno, almeno so che si dice così, no!?. Con  il rumore fatto durante il combattimento con la trota persa mi sono giocato il luogo e gli altri pesci. Cambio posto e arrivo sotto il primo ponte dove c’erano tre pescatori riparati all’ombra del noce ed un paio di questi sono seduti sulla panchina. Naturalmente nessuno dei tre sta pescando. Sono  intenti  a parlare della trota che staziona davanti al masso, nella buca profonda, che è fuori fin  dalla mattina presto. Raccontano che ci hanno lanciato di tutto,  persistendo a pescarci su tutta la giornata, sia sopra con le secche che sotto con delle imitazioni di ninfe. Lei non si è mai mossa dal suo posto caccia. Apparentemente interessata a niente. Arrivo vicino al salice e mi accingo a lanciare, visto che il posto è libero. Con quella taglia, l’artificiale è visibile anche a distanza; ed è allora che odo uno dei tre, riferendosi all’artificiale, dice con sarcasmo agl’altri pescatori: <quello pesca con l’imitazione di un mandarino>. Nel frattempo lancio a monte della trota. Non si erano dissolti i sorrisi beffeggiatori dei tre, che si vede la bocca della trota che esce dall’acqua per assaporare la Chernobyl arancio. E’ salita nello stesso modo di come si lanciano sul plancton le balene quando salgono in superficie per mangiare. I tre sono rimasti stupiti nel vedere tutta la scena. Ironicamente gli  ribadisco: <grazie che me l’avete stancata, così è stato più facile farla salire>.  In poche parole, per tornare alle teorie precedenti, queste trote non hanno scambiato per cibo le mosche che avevo proposto in precedenza, oppure non vedevano in loro il cibo che in quel momento si aspettavano di vedere. Non è accaduto questo con questa mosca extralarge. L’incidenza dell’istinto della voracità e dalla rapacità, cioè la ricerca del nutrimento è stata certamente la molla che ha spinto questi pesci ad attaccare quest’artificiale. Le mosche di questa taglia mi hanno risolto diverse situazioni ostiche e simili tra loro. L’incidenza della luce e la trasparenza dell’acqua non sempre sono nostri alleati; in questo caso con il calare della luce, l’arrivo dell’ombra sull’acqua, paradossalmente, questi artificiali perdono completamente la loro efficacia. Diventano inutili. Al contrario di quanto la logica ci dovrebbe far credere.  Il colore della mosca è un elemento molto importante per far decidere il pesce se attaccare o meno l’artificiale, in molte situazioni ho potuto testare l’importanza di questo, non è bastata solo l’imponenza della taglia se non coadiuvata dal colore giusto al momento, per ottenere dei risultati regolari.  La costanza  dell’ esito della mia statistica è stata che questa strategia di pesca ha funzionato solo in giornate estive, calde  e durante le ore di maggior luminosità. So per certo che i seguaci delle idee di Halford storceranno il naso per  questo scritto. Conosco il metodo codificato che consiste in un etica rigorosissima che è formata dal pescare con una precisa imitazione UNICAMENTE sul pesce in attività:
ed UNICAMENTE con la mosca secca, ed UNICAMENTE lanciata a risalire. Liberi di farlo. Ne ho sentito parlare molte volte ma non  lo ho mai visto fare a nessuno.  Forse sono un po’  cieco.